Scuola superiore dell'economia e delle finanze
ANNO I - Numero 5 - Maggio 2004
La TIA, tributo o non tributo: questo è il problema

Commissione Tributaria Provinciale di Venezia, sez. V n. 5 del 15.3.2004 e sez. II n. 13 del 23.3.2004 [1]

Premessa; 1. La nozione di tributo; 2. La Tariffa Igiene Ambientale; 3. Il fatto; 4. I motivi delle decisioni; 5. Alcune considerazioni sulla questione; 6. Conclusioni.

Premessa

La Commissione Tributaria della Provincia di Venezia con due distinte pronunce[1] ha “spiazzato” gli operatori del diritto del Comune di Jesolo in ordine all’introduzione della Tariffa Igiene Ambientale (T.I.A.) in luogo della T.A.R.S.U., soprattutto per quanto riguarda la natura di tale prestazione obbligatoria.

Il caso ha trovato eco su quotidiani specializzati[2] proprio per la peculiarità della vicenda, in quanto gli esiti decisori conducono a conseguenze sostanzialmente e processualmente divergenti.

Per tali ragioni si può dire che le pronunce in esame costituiscono sicuramente lo spunto per alcune riflessioni in punto di diritto, sia di ordine sostanziale che processuale.

In particolare sotto il profilo processuale si porrà attenzione agli atti che possono formare oggetto di impugnazione e, quindi, di giudizio; sotto l’aspetto sostanziale si esaminerà la natura tributaria o meno di tale prestazione patrimoniale imposta, ma si formuleranno anche altre considerazioni.

La nozione di tributo

Il tributo secondo autorevole dottrina si configura quale prestazione patrimoniale imposta, caratterizzata dall’attitudine a determinare il concorso alle spese pubbliche.[3]

La disciplina del tributo nel nostro sistema normativo viene fissata dalla legge ordinaria, fonte-atto di rango primario[4], che non si pone tuttavia quale fonte unica di disciplina, bensì come fonte principale.

In particolare, ad opera della legge viene determinata l’individuazione dei soggetti passivi, del presupposto d’imposta, dei criteri di determinazione dell’imponibile e delle sanzioni, mentre dalla fonte secondaria, regolamentare, viene disciplinato ciò che concerne gli aspetti sostanziali e procedurali dei tributi, con riferimento alla modalità di dichiarazione, di riscossione, all’individuazione delle categorie di contribuenti da sottoporre a controlli e verifiche, alla determinazione dell’aliquota, nonché ai profili secondari dell’imponibile, cioè ai coefficienti di ammortamento ed ai meccanismi di prova legale.

Il soggetto pubblico, destinatario della disciplina di fonte primaria, è in definitiva strettamente tenuto alla applicazione ed al rispetto di quanto da questa disposto.

La Corte delle leggi ed anche la Suprema Corte hanno ricompreso fra le prestazioni patrimoniali imposte fattispecie fra loro diverse e di difficile omologazione, accomunate però dall’essere caratterizzate da un depauperamento coattivamente imposto da un fonte normativa primaria e dall’essenzialità di un atto autoritativo promanante da un soggetto che eserciti una potestà pubblica.

Pertanto, nella nozione di prestazione patrimoniale imposta sono stati ricompresi non solo i tributi ma anche i contributi, le tariffe dovute a soggetti appartenenti all’apparato pubblico generalmente inteso, con riferimento a prestazioni da questi erogate.

In particolare, secondo alcune decisioni hanno natura tributaria i contributi agli enti provinciali del turismo, le tasse ed i corrispettivi generici da pagare con riferimento a prestazioni di pubblico servizio, le tasse per il ritiro dei rifiuti solidi urbani, le tasse per l’occupazione di suolo pubblico, i corrispettivi di contratti coattivi, i canoni telefonici, i canoni di abbonamento radiotelevisivo, i contributi previdenziali ed assistenziali obbligatori, i diritti d’imbarco corrisposti per il solo fatto dell’utilizzo di aeroporti aperti al trasporto civile.[5]

Con specifico riferimento all’imposizione sulla raccolta dei rifiuti solidi urbani, la Corte delle leggi con la decisione n. 51/1960 ha disposto che essa “non ha natura di corrispettivo di un servizio individuale (…) ma riveste il carattere di prelevamento coattivo che i Comuni possono operare in base a tariffe in rapporto al costo complessivo del servizio. Gli articoli 268, 269, 270 del T. U. delle leggi per la finanza locale, modificati dall’art. 27 della legge 20.3.1941 n. 366, contengono l’indicazione di limiti e garanzie sufficienti a delimitare la discrezionalità del Comune nell’esercizio del potere di imposizione; in quanto la tassa sulla raccolta dei rifiuti solidi urbani deve essere commisurata alla superficie ed all’uso dei locali serviti e al costo del servizio e l’adozione degli appositi regolamenti è soggetta a controlli affidati agli organi della Pubblica Amministrazione. Non è rilevante che le norme non contengano l’indicazione di un limite massimo, non superabile, del quantum del tributo, non potendo la tassa in questione essere uguale in tutti i Comuni data la diversità della popolazione e delle complesse situazioni locali”

La Tariffa Igiene Ambientale

Il comune di Jesolo, dal 1° gennaio 2003, ha introdotto, con riferimento allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, la Tariffa Igiene Ambientale in sostituzione della precedente T.A.R.S.U.

La disciplina della tariffa è operata da un insieme di norme, di carattere primario e secondario, che si pongono quali fonti di regolamentazione della prestazione patrimoniale e, al contempo, di tutela del singolo soggetto passivo dell’imposizione.

In particolare si richiama l’art. 49 del Dlgs. n. 22 del 5/2/1997 intitolato “tariffa per la gestione dei rifiuti urbani” nonché il DPR 27/4/1999 n. 158, intitolato “regolamento recante norme per la elaborazione del metodo normalizzato per definire la tariffa del servizio di gestione del ciclo dei rifiuti urbani”.

A tali fonti occorre aggiungere il Regolamento per l’applicazione della T.I.A. nonché il piano finanziario emanati dal Comune di Jesolo, che offrono la disciplina di dettaglio applicativa di tale prestazione patrimoniale obbligatoria.[6]

Il fatto

L’ente gestore della T.I.A. emette una fattura contenente l’indicazione del pagamento da effettuarsi a cura del titolare dell’utenza.

I contribuenti, titolari di attività commerciali, hanno constatato un consistente incremento tariffario rispetto agli importi liquidati negli anni precedenti dopo l’emissione delle prime fatture.

Viene predisposto un ricorso standard contro il comune di Jesolo e l’Ente gestore, che prevede l’impugnazione della fattura emessa dalla Società che gestisce per conto del Comune di Jesolo il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti.

Gli interessati, con differenti ricorsi, decidono di ricorrere dinanzi alla commissione tributaria per chiedere la disapplicazione del piano finanziario, del regolamento di applicazione della T.I.A. nonché della delibera di approvazione delle tariffe, in quanto atti amministrativi illegittimi, con conseguente annullamento della fattura emessa con cui viene richiesto il pagamento del servizio.

La s.p.a. affidataria del servizio replica con memoria difensiva sostenendo da un lato l’inammissibilità del ricorso in quanto la fattura non rientrerebbe tra gli atti autonomamente impugnabili dinanzi alla Commissione Tributaria ex art. 19 Dlgs. n. 546/1992 e dall’altro la natura tributaria della T.I.A. per il suo carattere di sostanziale continuità con la T.A.R.S.U., riconducibile alla categoria delle tasse, per identità di presupposto tributario, sostanziale identità di soggetti passivi ed analoghe modalità di determinazione del tributo e base imponibile.

I motivi delle decisioni

- Sezione V, n. 5/2004

Il Collegio esamina le due questioni ritenute pregiudiziali ai fini della soluzione della questione.

Preliminarmente viene affermata la natura tributaria della T.I.A. e, conseguentemente, la piena competenza della Commissione in ordine alle problematiche concernenti alla sua applicazione.

La natura tributaria della T.I.A. viene giustificata in virtù dell’asserita sostanziale assimilazione alla T.A.R.S.U. rispetto alla quale si rileva il medesimo presupposto, la sostanziale identità fra soggetti passivi nonché l’analoga modalità di determinazione del tributo e la base imponibile.

L’argomento ulteriore addotto dal Collegio a sostegno della natura tributaria della prestazione in esame consiste nella fonte specifica dell’obbligazione, che è da individuarsi nella legge e non nelle volontà delle parti. Non si rileva, infatti, alcun rapporto sinallagmatico tra la prestazione del gestore e la controprestazione del contribuente: il servizio deve essere erogato in forza di una legge e l’importo dovuto per esso coinvolge l’intero costo del servizio fornito.

Infine, viene affrontato il problema della impugnabilità dell’atto, cioè della fattura commerciale.

Al riguardo, il Collegio sostiene l’irragionevolezza della tesi della non impugnabilità del documento, in quanto non riconosce carattere tassativo all’elencazione ex art. 19 Dlgs n. 546/1992.

Sussiste, infatti, a detta del giudice tributario una categoria residuale cui spetta all’interprete dare risalto.

Inoltre, l’organo giudicante ritiene “irragionevole dover attendere l’emanazione di atti successivi ed esecutivi per procedere ad un’impugnazione che, comunque, deve essere garantita, nel rispetto dei principi fondamentali del nostro ordinamento”.

Infine, la commissione risolve la questione sollevata della disapplicazione degli atti amministrativi presupposti alla determinazione della tariffa disponendo che “la commissione non può spingersi fino all’esame degli atti amministrativi del Comune” salvo che “fossero ravvisabili o fossero stati dedotti nel ricorso elementi che sostanzino senza dubbio alcuno violazione di legge, eccesso di potere o incompetenza assoluta”. Poiché tali elementi, ad avviso del Collegio, non sembrano né sussistenti né essere stati dedotti il ricorso va respinto.

- Sezione II, n. 13/2004

Il Collegio in questa controversia, diversamente dalla precedente pronuncia, ritiene di dover esaminare fra le questioni pregiudiziali il documento impugnato e dispone che “constata che è stata impugnata esclusivamente la fattura con cui è stato chiesto il pagamento del servizio reso per l’asporto e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani; ritenuto che tale fattura non rientra tra gli atti autonomamente impugnabili ex art. 19 Dlgs n. 546/1992 dichiara inammissibile il ricorso”.

Alcune considerazioni sulla questione

Quali considerazioni si possono effettuare di fronte a due pronunce “opposte” e quasi “l’una contro l’altra armate”?

Innanzitutto si può sostenere che, in considerazione delle pluralità dei ricorsi identici mossi contro l’istituzione della T.I.A. e contro i documenti applicativi della tariffa, appare quantomeno discutibile che non si sia provveduto a riunire i vari procedimenti oltre che per mere ragioni di economia processuale anche per limitare le possibilità all’interno di uno stesso circoscritto plesso giurisdizionale di dar luogo a pronunce differenti, creando incertezza fra i contribuenti, il Comune e la spa. che gestisce il tributo, così come è verificabile dopo solo due decisioni.

Infatti, è bene rimarcarlo, a questa pronuncia altre seguiranno con teoremi decisori simili o, forse, completamente differenti, tenuto conto delle “infinite” argomentazioni cui può dar luogo una questione che presenta un ampio margine di incertezza interpretativa.

Comunque, rimanendo strettamente vincolati all’ambito riservato ad un semplice commento si possono effettuare alcune valutazioni.

A)

L’asserita natura tributaria della T.I.A. viene giustificata dai giudici della V sezione mediante l’affermazione della sostanziale assimilazione della prestazione imposta alla T.A.R.S.U. nonché per il fatto che la disciplina del tributo viene offerta dalla legge, che si configura quale fonte dell’obbligazione.

La legge regolatrice della prestazione in questione è il Dlgs. n. 22/1997 mentre la fonte regolamentare di completamento è individuata nel D.P.R. n. 158/1999, unitamente con i successivi regolamenti applicativi, di disciplina della prestazione, emanati dal Comune di Jesolo.

Astrattamente, l’analisi sommaria della normativa primaria e secondaria, di dettaglio, riferita alla tariffa in esame sembrerebbe far ritenere sussistenti quelli che, secondo i parametri posti dalla Corte Costituzionale, sono i “limiti e le garanzie sufficienti a delimitare la discrezionalità del Comune nell’esercizio del potere di imposizione” [7], tali da potersi sostenere pacificamente la natura di “prelevamento coattivo” della T.I.A.

Diversamente, per quanto riguarda la questione se la fattura sia qualificabile come atto autonomamente impugnabile occorre effettuare un esame più approfondito della normativa esistente.

L’art. 19 del Dlgs n. 546/1992 punto 1, lett.i) dispone che “il ricorso può essere proposto avverso ogni altro atto per il quale la legge ne preveda l’autonoma impugnabilità davanti alle commissioni tributarie”. Altresì, prevede al punto 2 che “gli atti espressi di cui al comma 1 devono contenere l’indicazione del termine entro il quale il ricorso deve essere proposto e della commissione tributaria competente, nonché delle relative forme da osservare ai sensi dell’art. 20”. Infine dispone al punto 3 che “gli atti diversi da quelli indicati non sono impugnabili autonomamente. Ognuno degli atti autonomamente impugnabili può essere impugnato solo per vizi propri. La mancata notificazione di atti autonomamente impugnabili, adottati precedentemente all’atto notificato, ne consente l’impugnazione unitamente a quest’ultimo”.

Raffrontando la norma ora esaminata con il documento impugnato, cioè la fattura con cui è stato chiesto il pagamento del servizio, si potrebbero sollevare alcune perplessità in ordine alla presenza dei requisiti sopra esaminati e disciplinati dai punti 1.2.3.

Non appare semplice sostenere che fra gli atti appartenenti alla categoria residuale di cui al punto 1. lett. i) possa essere ricompresa anche la fattura in questione, come atto per il quale la legge ne prevede autonoma impugnabilità: occorrerebbe individuare con precisione la norma cui si vuol far riferimento.

Inoltre, quanto al punto 2., appare ben difficile che una fattura preveda l’indicazione dei termini del ricorso nonché la Commissione Tributaria competente, come del resto avviene per la fattura emessa in occasione del pagamento della tariffa in esame, che risulta essere priva di tali elementi.

A conferma delle sopraindicate perplessità occorre esaminare con attenzione quanto dispone il punto 3. citato, poiché innanzitutto non si ravviserebbe con riferimento alla fattura in questione una sua impugnabilità autonoma “solo per vizi propri”. La conferma a tale affermazione sembra riscontrabile proprio nel ricorso che è diretto alla disapplicazione di alcuni atti amministrativi pretesi illegittimi ed al conseguente annullamento della fattura, quale documento applicativo di questi. Altresì, rapportando al caso in esame il disposto che prevede che la mancata notifica di un atto autonomamente impugnabile, adottato prima dell’atto notificato, debba comportarne l’impugnazione di esso unitamente con l’atto notificato, dovrebbe far propendere per considerare la fattura, ipoteticamente atto autonomamente impugnabile ma concretamente non notificato, come impugnabile solamente con l’atto notificato e quindi non censurabile nel giudizio in questione.

Nel dubbio interpretativo sembrerebbe preferibile optare per una lettura restrittiva del dato normativo esistente.

E’ comunque apprezzabile la posizione del Collegio di ritenere irragionevole attendere l’emanazione di atti successivi ed esecutivi “per procedere ad una impugnazione che, comunque, deve essere garantita, nel rispetto dei principi fondamentali del nostro ordinamento”.

Vale la pena ricordare però che anche il principio di certezza del diritto sembra essere uno dei principi fondamentali del nostro ordinamento: pertanto, la presenza di una disposizione che richieda, con riferimento ad un atto determinato, la presenza di determinati requisiti non può costituire oggetto di interpretazione del tutto estensiva quando non sembrano configurarsi completamente tutti i presupposti previsti.

Si ritiene pertanto di esprimere qualche perplessità sulla corretta interpretazione dell’art. 19 del Dlgs. n. 546/1992 operata dalla sez. V in quanto, in apparenza, essa non sembrerebbe propriamente aderente al dato normativo, tenuto conto che dinanzi alle commissioni tributarie viene devoluta l’impugnazione degli atti impositivi e si pone in discussione la specifica obbligazione tributaria ad essi riferibile.[8]

B)

A queste prime valutazioni scaturenti da un semplice raffronto fra la norma ed il documento impugnato si ritiene opportuno aggiungerne altre operando preliminarmente un breve cenno riguardo alla riscossione dei tributi nel nostro sistema fiscale.

La riscossione, in generale, si configura come quella particolare attività regolata dalla legge e dalla fonte regolamentare, necessaria per poter effettuare il pagamento di quanto dovuto da parte del contribuente.

Sostanzialmente, per ogni singola prestazione tributaria dovuta viene effettuata una quantificazione delle somme liquidate anche mediante iscrizione a ruolo.

Tale ruolo, che viene formato dal competente ufficio finanziario, si configura come l’elencazione dei contribuenti e delle somme da essi dovute.

E’ bene porre in evidenza, proprio ai fini della presente trattazione, che quello dell’iscrizione a ruolo, attualmente, appare fenomeno residuale con riferimento all’imposta dichiarata dai contribuenti mentre sussistono ancora specifiche ipotesi di tale forma di riscossione, riferite in particolare alle tasse per la raccolta dei rifiuti solidi urbani.[9]

Il ruolo, una volta perfezionato, viene trasmesso al concessionario per la riscossione il quale, per quanto di sua competenza, provvederà a notificare la cartella di pagamento, cioè quella specifica “porzione” di ruolo, contenente gli elementi qualificanti del tributo, che interessa il singolo contribuente, destinatario dell’avviso.

La cartella contiene l’intimazione ad adempiere entro il 60° giorno dalla notificazione con l’avvertimento che, in mancanza, si procederà all’esecuzione forzata: il ruolo costituisce titolo esecutivo dell’esecuzione.[10]

Inoltre, dalla notifica della cartella decorrono, poi, i termini per proporre ricorso dinanzi al competente organo giurisdizionale.

A seguito delle modifiche introdotte dall’art. 12, comma 2, della L. 28.12.2001 n. 448, a decorrere dal 1° gennaio 2002 è stato esteso l’ambito della giurisdizione speciale tributaria a tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere e specie, al fine di assicurare un’uniforme tutela giurisdizionale in materia tributaria.[11]

Si può aggiungere che per le particolari caratteristiche dell’obbligazione tributaria, l’attività di riscossione presenta natura pubblicistica.

Pertanto le forme di riscossione sono rigidamente disciplinate, per cui l’ente pubblico può riscuotere ed il contribuente effettua il pagamento nelle forme disciplinate da leggi e regolamenti.[12]

La disciplina della riscossione mediante ruolo è regolata dalla L. 28.9.1998 n. 337, attuata con D.P.R. nn. 46 e 112 del 1999.

Il pagamento delle somme iscritte a ruolo può essere effettuato presso gli sportelli del concessionario, le agenzie postali e le banche.

L’assetto normativo della riscossione in materia di Tariffa per la gestione dei rifiuti urbani è disciplinato primariamente dall’art. 49 del Dlgs. 5.2.1997 n. 22, commi 13 e 15, nonché dall’art. 10 del D.P.R. 27.4.199 n. 158.[13]

Ora, dopo aver accennato all’attività di riscossione dei tributi nel nostro sistema tributario e dopo aver richiamato la disciplina della riscossione con riferimento ala Tariffa ambientale, si può passare ad esaminare la regolamentazione della materia operata dal Comune di Jesolo in sé ed anche in relazione alla disciplina corrispondente realizzata da altri Comuni italiani.

L’art. 23 del Regolamento per l’applicazione della T.I.A. emanato dal Comune di Jesolo rimette l’attività di riscossione all’Ente gestore operando un semplice rinvio alla legislazione vigente, al contratto di servizio ed al regolamento stesso.[14]

Diversamente, la disciplina offerta dai regolamenti emanati da altri Comuni italiani appare più articolata e precisa, sia per quanto riguarda l’attività di fatturazione e di riscossione sia per quanto concerne le modalità per formulare istanze di contestazione al gestore da parte degli intestatari delle utenze in ordine alle valutazioni di carattere economico effettuate per l’applicazione della tariffa, determinando anche la tempistica per le risposte da parte del concessionario del servizio.[15]

Ora, probabilmente proprio la genericità del Regolamento del Comune di Jesolo ha indotto confusione fra gli “operatori” con particolare riferimento alla possibilità di ottenere tutela da parte degli interessati, i quali non sembrano disporre di strumenti idonei, all’uopo disciplinati, per poter formulare apposite istanze di contestazione al soggetto gestore del tributo.

Ulteriormente, tale raffronto effettuato con altre differenti discipline dell’attività di riscossione operate da parte di altri Enti locali sembra rafforzare le perplessità sulla possibilità di impugnare la fattura dinanzi alla commissione tributaria, in quanto tale documento appare più idoneo per costituire oggetto di un’istanza diretta esclusivamente al soggetto gestore del tributo, piuttosto che dinanzi all’organo giurisdizionale.

Si può sostenere quindi che l’Ente locale veneziano non sembra aver adeguatamente regolato la possibilità per i soggetti interessati di tutelare le proprie situazioni giuridiche soggettive, in ipotesi di asserita lesione delle stesse, come invece hanno operato altri Comuni

Per converso è altrettanto possibile manifestare delle ragionevoli perplessità in ordine alla corretta attuazione del disposto normativo di fonte primaria da parte del Comune di Jesolo, quanto alla regolamentazione dell’attività di riscossione della prestazione in esame.

C)

Ora, pur non essendo comunque questa la sede per formulare argomentazioni che vadano al di là del semplice commento delle decisioni, si ritiene di poter evidenziare che, considerato che la disciplina della prestazione obbligatoria relativa allo smaltimento dei rifiuti urbani operata dal Comune di Jesolo sembra presentare, secondo quanto sostenuto dai ricorrenti, dei sospetti di illegittimità con particolare riferimento alle delibere attuative del tributo, si sarebbero potuti scegliere percorsi di tutela differenti da parte degli interessati.

Ora, visto che la fattura emessa quale documento comprovante il pagamento da parte del soggetto passivo della prestazione imposta a fronte di un servizio fornito dall’ente gestore presenta indubbiamente dei margini di notevole incertezza ai fini della sua impugnabilità in sede giurisdizionale tributaria, si ritiene di evidenziare come la sede giurisdizionale più propria per la valutazione dell’attività amministrativa funzionale svolta dall’Ente locale non si appalesa tanto la commissione tributaria quanto il tribunale amministrativo.

E’ questo il plesso giudiziario che è istituzionalmente competente per decidere in merito al corretto svolgimento dell’attività da parte dell’amministrazione e per sindacare proprio quegli atti di cui si è chiesta la disapplicazione in sede contenziosa tributaria nei giudizi in esame.

Infatti, gli atti amministrativi autoritativi presupposti, cioè quei provvedimenti per i quali la competenza giurisdizionale spetta alla cognizione del T.A.R. vengono individuati dall’art. 7, 5° comma del Dlgs. n. 546/1992 con la locuzione “salva l’eventuale impugnazione nella diversa sede competente”, cioè dinanzi al giudice amministrativo.[16]

Al riguardo si può conclusivamente ipotizzare che qualora tale giudice, decidendo favorevolmente per il ricorrente, annullasse gli atti amministrativi presupposti asseriti illegittimi verrebbe meno l’intera regolamentazione applicativa della tariffa introdotta a partire dal 1° gennaio 2003 in sostituzione della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

5. Conclusioni

La questione sottoposta al giudizio della Commissione tributaria di Venezia presenta sicuramente dei margini di incertezza interpretativa, ma si ritiene opportuno provare a comprendere in cosa essa si sostanzi.

A parere di chi scrive non sembra configurabile tanto una questione sintetizzabile nella locuzione interrogativa: è un tributo ovvero non è un tributo?

Anzi, sostanzialmente la questione non dovrebbe porsi tanto sulla natura tributaria di tale prestazione imposta ai contribuenti di Jesolo, la quale per le particolari caratteristiche della prestazione imposta non potrebbe essere negata, quanto invece sulla particolare tipologia di atti che possono essere impugnati in giudizio e, in definitiva, più propriamente sulla disciplina delle modalità di riscossione adottate dall’Ente locale per tale prestazione.

In conclusione, si ritiene di confermare le perplessità sollevate in ordine ad un’interpretazione ed applicazione dell’art. 19 del Dlgs. n. 546/1992 eccessivamente estensiva ed in relazione al sistema di riscossione adottato dall’Ente locale, con particolare riferimento alla carenza normativa per quanto concerne la disciplina dell’attività “contenziosa”, con particolare riferimento ai rimedi in capo ai soggetti interessati per far valere le proprie ragioni.

In tale situazione, semprechè il Comune di Jesolo non ritenga di “novellare” la propria regolamentazione della Tariffa in esame, si ritiene più opportuno adottare delle strategie processuali differenti da parte degli interessati, sottoponendo al sindacato di un differente giudice quegli atti amministrativi che dinanzi alle commissioni tributarie non possono essere valutati.

Francesco Morfini

Funzionario SIAE e Cultore di Diritto Amministrativo presso l'Università Ca' Foscari di Venezia





[1] Le sentenze sono state pubblicate in questa Rivista 2004, 4.

[2] Italia Oggi del 2/4/2004, pag. 41, commento di Cristina Carpenedo, funzionario del Comune di Jesolo.

[3] FANTOZZI, Diritto tributario, Torino, 1998, p. 19; e vedi anche, GIANNINI, Diritto amministrativo, Milano 1993, 771; LAVAGNA, Istituzioni di diritto pubblico, Torino 1985, 223 ss e 776 ss; DE MITA, Principi di diritto tributario, Milano, 2002 , p. 14; TESAURO, Istituzioni di diritto tributario, Torino, 1998, p. 15; LUPI, Diritto tributario, Milano, 2000, p. 7; FEDELE, Commento all’art. 23 Cost., in Commentario alla Cost., a cura di Branca, Bologna-Roma, 1978, 61 ss.; SIDOTI, Il concetto di tributo nella dottrina e nella Costituzione italiana dal secondo dopoguerra ad oggi, in Rivista della Scuola superiore dell’economia e delle finanze, 2004, 2.

[4] Per quanto riguarda la nozione di “sistema” delle fonti nel nostro ordinamento si rinvia a: CRISAFULLI, Lezioni di diritto costituzionale, Padova 1978, 38 ss.

[5] In particolare, fra le tante, si citano le seguenti decisioni, tratte dal sito http://www.cortecostituzionale.it/ :

- in materia di imposizioni tributarie atipiche, quali i contributi agli enti provinciali del turismo, Corte Cost. n. 47/1957;

- in materia di tariffe per servizi comunali di affissione e pubblicità, Corte Cost. n. 36/1959;

- in materia di tasse per il ritiro dei rifiuti solidi urbani, Corte Cost. n. 51/1960, Cass. n. 6954/2003;

- in materia di tasse per l’occupazione di suolo pubblico, Corte Cost. n. 88/1966;

- in materia di canoni telefonici Corte Cost. n. 72/1969;

- in materia di canoni di abbonamento radiotelevisivo Corte Cost. n. 535/1988, Cass. 1441/1996, Corte Cost. 284/2002;

- con riferimento ai contributi previdenziali ed assistenziali obbligatori Corte Cost. n. 146/1972, Corte Cost. n. 21/1969;

- in materia di diritti d’imbarco corrisposti per il solo fatto dell’utilizzo di aeroporti aperti al trasporto civile, Cass. SS. UU. 20.5.2003 n.7944, in http://www.lexfor.it/

[6] Presente nel sito http://www.jesolo.it/

[7] Corte Costituzionale n. 51/1960, cit

[8] Cass. SS. UU. 1.3.2002 n. 3030, in sito informatico http://www.contribuenti.it/

[9] LUPI, Diritto tributario, Milano, 2000, 239 ss.

[10] DE MITA, Principi di diritto tributario, Milano, 2002, 339 ss; FANTOZZI, Diritto tributario, Torino, 1998, 382 ss; DE MITA, La funzione degli atti di riscossione, in Trattato di diritto tributario diretto da AMATUCCI, Vol. III CAP XXXIV, Padova, 1994.

[11] In proposito vedasi la Circolare del Ministero dell’Economia e delle finanze n. 25 del 21.3.2002, sito http://www.diritto.it/

[12] TESAURO, Istituzioni di diritto tributario, Torino, 1998, 227.

[13] Art. 49 Dlgs. N. 22/1997:

comma 13 “la tariffa è riscossa dal soggetto che gestisce il servizio”; comma 15 “la riscossione volontaria e coattiva della tariffa può essere effettuata con l’obbligo del non riscosso per riscosso, tramite ruolo secondo le disposizioni del D.P.R. n. 603/1973 e del D.P.R. n. 43/1988”;

Art. 10 D.P.R. n. 158/1999:

“il soggetto gestore provvede alla riscossione della tariffa ai sensi dell’art. 49, commi 13 e 15, del Dlgs. N. 22/1997”;

[14] Art. 23 del Regolamento per l’applicazione della T.I.A. presso il Comune di Jesolo:

“1. L’Ente gestore provvede alla riscossione ordinaria della tariffa secondo le modalità dallo stesso stabilite, nel rispetto di quanto disposto dalla legislazione vigente, dal contratto di servizio e dal presente regolamento. (…) 4. L’Ente gestore provvede altresì al recupero dei crediti e alla riscossione coattiva nei modi di legge”

[15] Regolamento per l’applicazione della Tariffa igiene ambientale:

- Comune di Portomaggiore, provincia di Ferrara, artt. 16 e 21, in sito informatico http://www.comune.portomaggiore.it/;

- Comune di Ostellato, provincia di Ferrara, artt. 16 e 20, in sito informatico http://www.comune.ostellato.it/;

- Comune di Rimini, artt. 16 e 21, in sito informatico http://www.comune.rimini.it/;

- Comune di Anzola dell’Emilia, art. 13, in sito informatico http://www.comune.anzola.it/

[16] Cass. SS. UU. 1.3.2002 n. 3030, in sito informatico http://www.contribuenti.it/